Il tempo degli sciacalli e dei complici

Caro Pietro,

inizio dalla fine, ché sul lungo preambolo siamo sostanzialmente d’accordo. Inizio dal leniniano annoso “che fare?”.
Tu dici: “Si, a sinistra bisognerebbe guardare. Non ragionando in termini di centro sinistra. Ma in termini di una sinistra che si riorganizzi, si dia regole nuove e trasparenza, tagli con i vecchi apparati senza però cadere nelle suggestioni opportunistiche di tanti “finti giovani” rottamatori. Una sinistra che riparta dai bisogni e dall’emergenza sociale, dalla questioni ambientale e della sostenibilità, della giustizia sociale e dell’equità vera. Smontando il professionismo di tanti mestieranti inamovibili. Solo con una sinistra di questo genere sarà possibile pensare a un centrosinistra poi. E con un clima come quello che ho descritto non è un’opportunità, ma una necessità assoluta.”

Aggiungerei “una sinistra che riparta” dai territori, ché continuo a pensare che il nocciolo dell’agire politico sia riassumibile nello slogan “pensare globalmente, agire localmente”, mentre oggi i soli a mantenere un radicamento territoriale diffuso sono la Chiesa cattolica e i Carabinieri. Ed è tutto dire.
Ma c’è un’altra cosa, a monte di tutto ciò (sempre in relazione al “che fare?”), che secondo me è ineludibile, se si vuole essere credibili agli occhi dei cittadini, specie di quel 50% (!) che non ha votato alle recenti amministrative: lo scioglimento degli attuali partiti “di sinistra” e l’avvio di un percorso condiviso che porti alla nascita di un nuovo soggetto politico di sinistra in cui nessuno di coloro che negli ultimi quindici anni hanno ricoperto incarichi politici, amministrativi, di governo – dal segretario di sezione al consigliere comunale al ministro – potrà, per statuto, ricoprire incarichi direttivi e essere candidato in qualsiasi elezione, per i prossimi dieci anni; chi è disponibile, faccia “il padre o la madre nobile”, socializzi l’esperienza, condivida il vissuto amministrativo e politico. Probabilmente ti ho già raccontato della mia esperienza stagionale di raccoglitore di pomodori in Emilia, nell’82. Mi ritrovai in un Comune, Novellara, dove la generazione dei 40enni, nel “Partito” e nelle istituzioni, aveva detto ai più giovani: “Noi abbiamo già dato, ora tocca a voi”. Dieci anni dopo, durante la breve esperienza al gruppo della Rete alla Camera, usavamo l’ascensore di servizio per evitare di incontrare quelli del Psi che stavano come noi al 4° piano (non solo i collaboratori, ma anche i deputati: ce lo dicemmo espressamente, non fu scelta casuale e silenziosa).

Mi pare ovvio che non succederà niente del genere e, dunque, ho solo sprecato un capoverso, ché fare politica non è più partecipazione ai processi decisionali e contributo alla costruzione di un Paese solidale, ma affermazione di se stessi; amministrare non è servizio alla collettività, ma occupazione di luoghi di potere. E ciò vale per chiunque, nessuno escluso. Sì, ci sta qualche inevitabile eccezione, ma, appunto, si tratta di eccezioni. E’ questa la questione morale – il rapporto fra partiti e potere, fra personale politico e potere – non la sistematica depredazione delle risorse collettive, il voto di scambio o le trattative: queste ultime sono conseguenze ineluttabili della questione morale.

In questo Paese, nella cosiddetta Seconda Repubblica, è esistito un soggetto politico collettivo di opposizione e di alternativa a ciò che richiedi alla sinistra, si chiamava “Genoa Social Forum” ed è stato massacrato fisicamente con la complicità di tutti i partiti. Anche qui, con qualche sparuta eccezione.
Perciò, caro Pietro, penso che non ci sia “sinistra” che tenga. Ce lo siamo già detti: questo Paese (ma potremmo dire il mondo contemporaneo) ha bisogno di una profonda rifondazione antropologica, che riguarda tutti non il solo ceto politico. Tutti. Inclusi te e me. Tutto ciò che possiamo fare è crearci nicchie di resistenza solidale e nonviolenta (come scelta strategica, non come “credo”, ché non sono nonviolento ma se la butto in violenza le prendo di santa ragione, ché le forze sono impari), dove ciascuno di noi lavora per migliorare la qualità della propria vita (siamo sempre stati impegnati a batterci per la qualità della vita degli altri) – senza mai perdere di vista solidarietà e sostenibilità del proprio agire – e, contemporaneamente, stia dentro reti di resistenza solidale che non lo facciano restare solo e impotente, bensì, al contrario, lo facciano essere parte di un progetto di trasformazione di se stessi e della società che, inevitabilmente, avrà tempi lunghi, come lunghi sono i tempi della storia. E quand’anche fosse solo mera testimonianza, avremo testimoniato che un altro modello culturale è possibile, un altro modo di stare al mondo è possibile, un altro mondo è possibile.

Penso che tu sia sulla strada giusta e che @orsatti63 si configuri già come nicchia di resistenza reticolare. E non perché opera nella/attraverso la rete, ma perché ha cominciato a mettersi e mettere “in rete” soggetti individuali e collettivi fra loro diversi ma con un comune sentire. E non lo dico per piaggeria, ma perché ritengo che, allo stato degli atti, il tuo progetto sia più interessante del prossimo risultato elettorale della “sinistra”, di chi sarà il prossimo presidente della Sicilia o cosa ci riserva il dopo Monti. Perché oggi, ancora più di ieri, mi interessano una politica e un agire individuale e collettivo improntato su idee a confronto, su visioni del bene comune a confronto, su progetti a confronto, sull’agire a confronto e non su chi ce l’ha più lungo, chi è più antimafioso, chi è più di sinistra, chi è più marxista o più leninista o più nonviolento o più terzomondista o quel che ti pare.

Oggi, in Italia, non c’è sinistra partitica capace o intenzionata a dare risposte ai bisogni collettivi restando nell’alveo costituzionale, nel senso profondo della Costituzione; non c’è sinistra partitica intenzionata ad attuare la Costituzione (mentre, invece, la stanno massacrando nell’indifferenza quasi generale). E quand’anche ci fosse è una sparuta minoranza.
Oggi, amico mio, è tempo di ignoranza crassa e di sciacalli mediatici organici al sistema di potere che ha devastato la Nazione. Oggi è il tempo dei complici.

Oggi, per noi che abbiamo perso (perché abbiamo perso, catastroficamente), è il tempo di “calati juncu che passa la china”, di “piccolo è bello”, altro che sinistra+centrosinistra.

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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