L’ultimo volo del Dc9

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“L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese, di cui sono stati violati i confini e i diritti. Nessuno ha dato la minima spiegazione di quanto è avvenuto”.

(Dall’ordinanza-sentenza del giudice istruttore Rosario Priore)

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Mercoledì 27 giugno ’07. Arrivo a Bologna poco dopo le due del pomeriggio, la giornata è calda e ventilata, la stazione brulica di persone che arrivano, che partono, che aspettano qualcuno… Come ogni volta, non riesco a sottrarmi al pensiero del 2 agosto del 1980. E se anche non volessi, c’è quello squarcio nella sala d’aspetto a ricordarmelo e a riempirmi d’inquietudine. La sala d’aspetto, da qualche anno, è intitolata a Torquato Secci, lo storico presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti). Strage fascista. Strage di Stato. Qualcuno ha deposto dei fiori ai piedi della lapide che ricorda le 85 vittime, proprio sopra il buco provocato dalla valigetta imbottita d’esplosivo collocata lì da Giusva Fioravanti e dai suoi camerati. Una delle due stragi italiane ad avere colpevoli certi (l’altra è quella per l’attentato al treno 904, del 23 dicembre 1984), condannati con sentenza definitiva, depistatori certi (i capi dei Servizi italiani e il capo della P2), anch’essi condannati con sentenza passata in giudicato. Mancano i mandanti, gli ideatori, i veri strateghi del terrore che hanno insanguinato questo Paese martoriato.

Ogni volta che arrivo a Bologna – anzi ancora prima, mentre il treno attraversa la galleria di S. Benedetto Val di Sambro, teatro di due stragi a distanza di dieci anni l’una dall’altra – mi assale l’ansia e non riesco a non pensare alle tante vittime innocenti della strategia del terrore. Vittime innocenti e prive di giustizia. Ogni volta che arrivo a Bologna non riesco a non pensare alla Sicilia, alla mia terra martoriata ancora più della capitale del comunismo nostrano. Non riesco a non pensare alle tante vittime del terrorismo mafioso – magistrati, poliziotti, giornalisti, amministratori, politici, imprenditori, medici, cittadini comuni.

Ogni volta che arrivo a Bologna mi assale l’angoscia e vorrei scappare. Non so dove. Solo scappare. Altrove.

Ogni volta che arrivo a Bologna sono felice. Felice di essere nella città dove da giovane avrei voluto vivere, nella città ideale, nella culla del comunismo italiano.

Ogni volta che arrivo a Bologna penso a com’è cambiata, penso a Luigi Bernardi e al suo Macchie di rosso, libro in cui analizza gli errori della classe dirigente di sinistra che hanno portato alla sindacatura Guazzaloca. E penso, all’attuale sindaco, Sergio Cofferati, che tanto ho ammirato al tempo in cui era segretario generale della Cgil, e che poco ammiro nella veste di sindaco-sceriffo tutto preso dal feticcio della legalità.

Ogni volta che arrivo a Bologna – immagino si sia capito – entro in stato confusionale.

Stavolta, a spingermi qui è stato il ventisettesimo anniversario della strage di Ustica, l’inaugurazione del Museo della Memoria e lo spettacolo del mio amico Pippo Pollina, Ultimo volo, a cui, anche se in maniera irrilevante, ho contribuito. Mancano tre ore all’inaugurazione del museo e decido di andare in giro, alla ricerca di tracce degli eventi che mi hanno condotto in città. Percorro i portici di via Indipendenza in entrambi i sensi alla ricerca di una locandina, un programma, un segno qualsiasi. Davanti a un bar una pila di un quotidiano free press, ne prendo una copia, la sfoglio: non c’è traccia alcuna né del museo né dello spettacolo, né dell’anniversario in sé. Alla faccia dell’informazione.

Poco dopo le tre sono davanti al teatro Manzoni, dove alle nove inizierà lo spettacolo di Pippo. Otto vetrine. In nessuna c’è traccia dello spettacolo. Solo manifesti della stagione teatrale che comincerà in settembre. Alla faccia della sensibilità.

Prima di arrivare in piazza Maggiore compro un quotidiano nazionale che ha anche pagine cittadine, in cronaca di Bologna un’intera pagina dedicata all’anniversario, al Museo, allo spettacolo. Strappo la pagina e getto in un cestino il resto del giornale. Leggo. Trovo l’indirizzo del Museo (ex capannoni Atc, via Saliceto 5). Attraverso via Ugo Bassi, ché in piazza Maggiore ho visto due vigili ai quali mi avvicino mentre, separatamente, danno indicazioni a dei turisti. Mi rivolgo al primo che si libera, mostrando la pagina del quotidiano col dito proprio sotto l’indirizzo:

“Scusi, come arrivo agli ex capannoni Atc di via Saliceto?”

“Ex capannoni? Sono già ex?”

Lo guardo interrogativo e gli mostro meglio la pagina del giornale. Non commenta. Non dice alcunché nel merito. Però mi dà l’informazione richiesta: “Se vuole, può andare anche a piedi, non saranno più di due chilometri. Ha presente piazza dell’Unità?”

“No.”

“Fa niente: vada sempre dritto – dice indicando via Indipendenza, alle mie spalle –, superi il ponte sulla ferrovia, e continui dritto per una distanza che grossomodo è la metà di quella che c’è da qui a lì; in piazza Unità giri a destra, la seconda a sinistra è via Saliceto.”

Mi incammino con una domanda che mi ronza nella testa: Ma ho beccato l’unico vigile urbano che non sapeva nulla dell’anniversario e del Museo? Non so rispondere. Cammino. Dopo il ponte sulla ferrovia, corso Indipendenza diventa via Matteotti, non è più centro storico, le costruzioni sono più recenti, della seconda parte del secolo scorso. Anche qui portici. Attorno a una colonna un’ampia bacheca con le pagine dell’Unità. Da qualche parte ci dev’essere una sezione dei Ds, penso; mi guardo intorno ma non la vedo. Osservo le pagine. La prima, poi politica interna, politica estera, economia, sport, quattro pagine di cronaca di Bologna (12 in tutto), ma nessuna che parli del “mio” avvenimento. Guardo meglio. Nella prima di cronaca c’è un minuscolo strillo con la notizia che rinvia alle pagine interne, ma chi ha selezionato le pagine non ha ritenuto opportuno mettere anche quella in cui si parla dell’anniversario della strage.

Prima d’arrivare a destinazione trovo un’altra bacheca con le pagine dell’Unità, ma anche in questa, fra le dieci pagine esposte non c’è quella che vorrei leggere. O sono io che do troppa importanza alla strage di Ustica oppure i Ds di questa città hanno qualche problema di memoria, hanno qualche problema con la storia. Hanno qualche problema. Ripenso a Luigi Bernardi. E solo ora, mentre scrivo, ricordo di avere il suo numero. Avrei potuto telefonargli. Anch’io ho qualche problema di memoria.

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Arrivo al 5 di via Saliceto con largo anticipo, proprio mentre esce un furgone di Sky. All’ingresso un manifesto, prima traccia di questo anniversario semiclandestino. Fotografo.

”Vedo che lei sa cosa fotografare. E’ una cosa importante, questa”.

La voce arriva dalle mie spalle, mi giro a guardare e mi ritrovo di fronte una donna anziana coi capelli d’argento e d’oro in parte coperti da un berrettino verde, il viso arrossato dal sole e un sorriso cordiale. E incazzata nera con giornali e tv: “Nessuno ha scritto nulla su ciò che sarebbe avvenuto oggi, qui. Una vergogna!”

Dopo un po’ so che si chiama Loredana, che è del ’28, che esce poco di casa ma che non voleva mancare a quest’inaugurazione. Parla, racconta, la Seconda guerra mondiale, i bombardamenti statunitensi su questo pezzo di città, la paura, la fuga in campagna, i fratelli, i genitori… Ricordi che scorrono, che socializza volentieri. Mentre l’ascolto un gruppo di fotografi varca l’ingresso. Li faranno entrare prima dell’inaugurazione, per fotografare senza pubblico? E’ solo un dubbio che mi attraversa la mente. Decido di andare a vedere e, a malincuore, mi congedo dalla signora e mi avvio sulla scia dei fotografi.

No, non si entra. Malgrado manchino tre quarti d’ora all’inizio della cerimonia, i fotografi sono già qui, prendono posizione in modo da non dovere sgomitare troppo quando arriverà la folla. Davanti all’ingresso del Museo vedo Daria Bonfietti, ex senatrice e presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage. Mi avvicino a salutarla. Mi guarda e cerca di mettermi a fuoco, stringe la mano che le porgo, sorride cordiale e mi chiede: “Dove ci siamo visti?” “A Roma, con Pippo Pollina.”

Ora ricorda. Scambiamo poche frasi, poi altre persone si avvicinano, mani che si stringono, sorrisi, abbracci… La saluto con un gesto della mano e un sorriso e mi allontano. Binari monchi ricordano che di qui passava il tram. Mi dirigo verso un piccolo parco con l’intenzione di mettermi un po’ a leggere all’ombra di qualche albero. In tasca ho I siciliani di Gaetano Savatteri, ma non faccio in tempo ad aprirlo che una scritta con lo spray sulla recinzione di un cantiere attira il mio sguardo: Contro tutti i cantieri e una A cerchiata come firma. Mentre la fotografo penso che sia una frase stupida. Poi la voce di prima, della signora Loredana, seduta al sole. Non l’avevo vista, è lei a richiamare la mia attenzione. “Devo stare al sole, sento sempre freddo”. Restiamo a chiacchierare una decina di minuti, poi ci avviamo verso l’ingresso del Museo, dove c’è ormai un bel po’ di gente (500 persone, “500 familiari delle vittime”, scriverà l’Unità l’indomani).

Ci salutiamo mentre arriva il sindaco Cofferati, seguito dalla ministra Melandri, dalla presidente della Provincia di Bologna e dal vicepresidente della Regione Emilia Romagna. Saluti, strette di mano, abbracci, sorrisi, sguardi gravi, qualche lacrima. La gente si stringe attorno al palchetto degli oratori, fotografi e cameraman tutti in prima fila. Vedo le telecamere della 7 e di Odeon, di qualche tv locale, ma niente Rai né Mediaset. La memoria collettiva ignorata dai principali mezzi d’informazione italiana. In compenso ci sono tv svizzere e tedesche. Anche i giornali nazionali ignorano l’evento. Informazione pigra. Informazione che non informa. Informazione che tace. Informazione che nasconde. E quando non nasconde storpia, insinua, depista. Disinforma.

Memoria fallace. Talmente fallace che dopo gli interventi istituzionali gli oratori si avviano verso l’ingresso del Museo, per il taglio del nastro, dimenticandosi che deve ancora parlare il rappresentante della Curia. Repentino dietrofront e intervento-preghiera del monsignore. Poi tutti in fila per entrare.

Fra la folla scorgo Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, lo saluto, poi mi dirigo verso un gruppo di amici che ho individuato. Decidiamo di restare a chiacchierare mentre la fila s’accorcia lentamente. Qualcuno esce, ha in mano un libretto bianco edito dal Comune di Bologna: Lista degli oggetti personali appartenuti ai passeggeri del volo IH 870. Contiene minuscole foto di ciascun oggetto. E un’epigrafe: ”L’archivio non riguarda il passato, riguarda l’avvenire”  (Jacques Derrida). Lo consegnano a ciascun visitatore, appena ha varcato la soglia.

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Entrare è un pugno nello stomaco. Negli anni ho visto un’infinità di foto del relitto del DC9, ma ritrovarmi davanti a quel puzzle incompleto che sembra partorito dalla fantasia di un pazzo mi sgomenta e mi angoscia. L’installazione permanente che Christian Boltanski ha realizzato rende tutto irreale eppure così reale: 81 lampadine (una per ciascuna vittima) sparse per tutta l’area, ad altezze diverse, sopra il relitto, con la luce che cambia di intensità, affievolendosi, facendo intravedere più che vedere; 81 specchi neri lungo il perimetro di questo stanzone dalle pareti bianche, dietro ogni specchio un piccolo altoparlante rilascia parole bisbigliate – sanno di intimità, di confidenza, di quotidianità –, si mischiano in un indistinto brusio di fondo come voci dall’aldilà. Un pugno nello stomaco.

No, guardare quei duemila frammenti di aereo incollati allo scheletro in fil di ferro non è come vederlo in foto. E’ tutta un’altra storia. E’ un pugno nello stomaco. E’ un monito. E’ una testimonianza. E’ un insegnamento per le generazioni future. Finalmente il DC9 è arrivato alla meta, a pochi chilometri dall’aeroporto da cui è decollato ventisette anni prima, proprio sotto le rotte di tanti suoi fratelli metallici che continuano a solcare i cieli e li puoi vedere e sentire. Lui no, non può vederli, ma sono certo che li sente. Altrimenti non capisco perché sorrida. Già, ché il DC9 sorride, felice di essere arrivato alla meta. O, forse, è solo la mia fantasia malata a vedere quel sorriso.

(Questo post l’ho scritto e pubblicato cinque anni fa, nel mio blog su Splinder che non esiste più)

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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