Diario siciliano #2. Marinaio mancato

Porto_RipostoEtna_dal_PortoOgni volta che torno a Riposto, la prima cosa che faccio è andare al porto a respirare il mare e l’Etna, a riempirmene gli occhi e lo spirito. E’ una sorta di rito rigenerante mai uguale a se stesso, ché oltre a non essere mai uguali le condizioni atmosferiche e paesaggistiche, non lo sono nemmeno io. Era un anno e mezzo che non tornavo e lo avvertivo come un bisogno, come una di quelle cose di cui non si può fare a meno; come respirare, bere, mangiare, fare l’amore, dormire: bisogni primari. Fra i miei bisogni primari c’è anche il mare.

Una volta, leggendo Marinai perduti di Jean-Claude Izzo, ho scoperto che i greci e «solo i greci», hanno«tante parole per definirlo: “Hals, il sale, il mare in quanto materia. Pelagos, la distesa d’acqua, il mare come visione, spettacolo. Pontos, il mare spazio e via di comunicazione. Thalassa, il mare in quanto evento. Kolpos, lo spazio marittimo che abbraccia la riva, il golfo o la baia…”». Per almeno un secolo il mare è stato la nostra Fiat, e l’istituto Nautico – il secondo in Italia, per data di fondazione, dopo quello di Camogli – la sua scuola quadri; per i braccianti e i pescatori della zona, il Nautico era lo strumento di emancipazione sociale, di mobilità sociale, la scuola che, oltre a dare un’istruzione ai figli, gli garantiva un lavoro sicuro e duraturo, con possibilità di carriera. Diventavi quello che si dice «un buon partito». Anch’io, figlio di braccianti, ho il diploma del Nautico. Ma non sono un buon partito. La crisi di Suez dei primi anni 70 mise fine a un ciclo storico, costringendo la marineria mercantile ad attrezzarsi per la circumnavigazione dell’Africa e, dunque, per viaggi molto più lunghi. Nacquero le superpetroliere, super nella stazza e molto automatizzate: le macchine sostituivano le persone e a bordo c’era sempre meno bisogno di personale. Così la nostra Fiat entrò progressivamente in crisi e il Nautico ne seguì ineluttabilmente le sorti. Ma, al di là della crisi, per quanto possa amare il mare, dubito che navigare sarebbe diventata la mia vita. Insomma, sono un marinaio mancato.

Mare_costaMarinaio mancato è anche l’ultimo dei nostri deputati regionali: gli eletti all’Assemblea regionale siciliana (Ars) da noi si chiamano deputati, non consiglieri. Da Riposto, nel dopoguerra, sono approdati all’Ars tre uomini politici: il primo era un primario ospedaliero; il secondo, docente universitario di Diritto canonico. Il terzo era mio compagno di scuola. Entrammo al Nautico nel ’72: io, come la maggior parte degli studenti, mi diplomai normalmente in cinque anni; lui era talmente affezionato alla scuola che ci mise dieci anni a completare gli studi. E’ un po’ la metafora di com’è cambiata la classe politica italiana fra Prima e Seconda Repubblica.

 

Anche con Giuseppe Castorina abbiamo fatto il Nautico insieme. Anzi: siamo stati compagni di banco tutti e cinque gli anni. Giocavamo insieme a pallone nella squadra dell’oratorio del nostro quartiere, ‘u Scariceddu (piccolo scalo), dov’è cresciuto pure uno “leggermente” più noto di noi, il musicista e attuale assessore regionale Franco Battiato. Con Giuseppe si finisce sempre con l’incontrarsi, quando torno, anche senza cercarsi. E così è stato, anche stavolta. Ci teneva che vedessi la loro sede, del Circolo Gramsci, cioè di Rifondazione Comunista, ma ora anche di Riposto Bene Comune, il progetto politico della sinistra partitica e sociale per le prossime elezioni amministrative. C’è da superare le divisioni di queste settimane, con le elezioni nazionali che li vedono su sponde diverse, ma da bravi uomini e donne di mare sapranno guidare la nave in porto senza arenarsi sulle secche che ne insidiano l’unità d’intenti. M’hanno anche proposto di organizzare pure qui una “presentazione” di Frammenti d’Italia, di cui stasera discutiamo in un’altra sede ex “rifondarola”, quella del Gruppo di Resistenza Umana (Gru) di Giarre, che non risente delle divisioni della sinistra italiana (e locale) e ci trovi compagne e compagni di varie “fedi” politiche. Tanti anni fa, quando ancora c’era il Muro fra Est e Ovest, allo stesso indirizzo c’era la sezione del Pci. Un caso. Ma anche un segno di continuità.

Alfonso Di Stefano e Antonio Mazzeo

Alfonso Di Stefano e Antonio Mazzeo

Ci sono stato qualche sera fa al Gru, ché si discuteva di Muos con Antonio Mazzeo e Alfonso Di Stefano, due militanti pacifisti che conosco dagli anni di Comiso, da quando c’erano ancora l’Urss e il Patto di Varsavia e i sovietici avevano piazzato le loro batterie di SS20, missili nucleari di lunga gittata, ai confini dell’Europa occidentale. Gli Usa e la Nato risposero disseminando l’Occidente di missili nucleari Cruise e Pershing. A Comiso “toccarono” un centinaio di Cruise, 112 mi pare. Noi pacifisti non li volevamo ma ce li installarono ugualmente, ché, ci piaccia o meno, la Sicilia è una piattaforma militare statunitense nel Mediterraneo da quando abbiamo perso la guerra mondiale. Anche se la guerra è ormai finita da quasi settant’anni, l’Urss non c’è più e il mondo è cambiato parecchio. Ma gli statunitensi seguitano a trattandoci da sudditi e mo’ ci hanno rifilato il Muos, un terribile sistema di telecomunicazione satellitare della marina militare Usa dotato di quattro basi a terra (due negli States, una in Australia e la quarta a Niscemi, sventrando una riserva naturale in provincia di Caltanissetta) e cinque satellitari, che una volta ultimato gli consentirà di controllare le comunicazioni dell’intero pianeta e di potere manovrare i micidiali aerei caccia senza pilota, “giocando” alla guerra stando comodamente seduti davanti a un terminale.
Sebbene il Muos, dal punto di vista strategico-militare, conti molto più dei missili a Comiso, e sul versante della salute sia altrettanto velenoso per gli abitanti dei comuni limitrofi dell’Ilva di Taranto (senza gli equivalenti posti di lavoro), l’informazione nazionale lo ha quasi oscurato e le lotte contro la sua realizzazione non hanno mobilitato un movimento pacifista e ambientalista paragonabile a quello dei primi anni 80. Anche se la protesta si sta estendendo, saldandosi con altre vertenze nazionali (No Ponte, No Dal Molin, No Tav…), al momento è sostanzialmente circoscritta alle donne e agli uomini di Niscemi e dei comuni limitrofi. Per il governo Monti è un’opera
«di interesse strategico nazionale»; per il presidente della Regione, Rosario Crocetta, era «uno scandalo: il prossimo presidente dovrà revocare le autorizzazioni» quand’era solo candidato, mentre da presidente eletto è solo materia per proclami a mezzo stampa. Tutto chiacchiere e distintivo.
Ritrovare Antonio e Alfonso al Gru mi dà il senso della continuità, dell’impegno politico militante di chi non è disposto a subire in silenzio, senza informare, senza battersi; della saldatura fra generazioni diverse (al Gru sono parecchio più giovani di noi ultracinquantenni). Antonio, fra l’altro, avrei dovuto cercarlo, ché sul Muos è probabilmente il collega più documentato d’Italia. E trovarlo qui m’ha fatto portare avanti col lavoro, visto che uno dei motivi per cui sono in Sicilia è proprio scrivere un libro su Niscemi e il Muos.

Gru_GiarreStasera sarò di nuovo al Gru, a discutere dell’Italia di oggi, prendendo spunto da Frammenti d’Italia, il mio ebook. Con me ci sarà Graziella Proto, compagna, amica, collega. Anche con Graziella ci siamo conosciuti negli anni 80, a Catania, nella redazione de I Siciliani, il periodico fondato e diretto da Giuseppe Fava, l’intellettuale ucciso dai padroni della città che non tolleravano quel giornale senza padrini né padroni. A I Siciliani iniziai a fare il giornalista, subito dopo l’omicidio del suo direttore. Lì ho conosciuto Graziella, che anche dopo la chiusura del “nostro” giornale è rimasta a Catania e ne ha fondato un altro, di mensile, che dirige, Casablanca. M’ha telefonato per chiedermi un pezzo per il prossimo numero, Graziella, e invece dell’articolo s’è ritrovata con la mia richiesta di venirmi a fare da spalla a Giarre, stasera. E ha accettato, senza battere ciglio. Nel frattempo m’è anche venuta un’idea su cosa potrei scrivere, per Casablanca, ma Graziella non lo sa ancora. Glielo dirò stasera.

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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