I #bambini, la #Boschi e l’eclissi di etica politica e deontologia giornalistica

«Per quanto riguarda i casi di affidamento o adozione […] occorre […] tutelare l’anonimato del minore per non incidere sull’armonico sviluppo della sua personalità, evitando sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione». Questa è la quarta delle «norme vincolanti per gli operatori dell’informazione» prevista dalla Carta di Treviso. Deontologia giornalistica. A vigilare su «i diritti dei bambini e degli adolescenti» affinché siano rispettati «lo spirito e la lettera della Convenzione sui diritti dell’infanzia» c’è nientepopodimenochè l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, un organismo governativo che garantisce poltroni e lauti stipendi e un bel po’ di culi di pietra statali. Senza contare norme sulla privacy e i vari Tribunali per i minorenni.
Insomma, in Italia i minori sono tutelati da regole certe, ferree, sicure.
Finché non servi al circo politico-mediatico di regime. Allora ogni riflettore è consentito e non c’è bisogno di evitare «sensazionalismi e qualsiasi forma di speculazione», perché in quel caso prevale il diritto del governo a suscitare commozione nella popolazione imminchionita.

Succede così che una delicata questione di adozioni internazionali fra Italia e Congo, che si contendono 31 bambini, diventa uno spot in cui si può tranquillamente speculare sui minori e si può spettacolarizzare la vicenda. Specie se a riportare «a casa» gli infanti ci mandi la fatina per i rapporti con il Parlamento, per l’occasione fatina per i rapporti col Congo, Maria Elena Boschi, la più carina fra le ministre di Renzi. Per la serie: anche l’occhio vuole la sua parte.

E la deontologia? Cioè le regole che discendono dall’etica, da quella roba filosofica che pretende di distinguere fra giusto e sbagliato facendone discendere regole universali? È evidente che l’etica, con la politica, non c’entri. Altrimenti quei bambini sarebbero venuti in Italia senza il bisogno (governativo) di suonare la grancassa e senza mobilitare il circo mediatico, riunendoli alle rispettive famiglied’adozione. Meno che mai con l’etica e la deontologia giornalistica, altrimenti la notizia sarebbe stata oscurata o, al massimo, data senza immagini.

Ho provato a porre la questione con un post su Facebook, ma tutto ciò che sono riuscito a ricavarne, in termini di dibattito giornalistico, è stato il commento di una collega alla quale «fa più schifo che si faccia morire di terrore un povero maialino in televisione per fare spettacolo e dire cose assai trite e ritrite con paghe esagerate». Come dire che uno ti parla dell’importanza della Resistenza al nazifascimo e tu ribatti «e allora le foibe?».

E tu stai lì a chiederti come si concilii la “cronaca politica” (l’indecente passerella della ministra Boschi è cronaca politica?) con la Carta di Treviso.

L’etica e la deontologia hanno ancora diritto di cittadinanza in quest’Italia o riguardano sempre e solo “gli altri” e dobbiamo rassegnarci alla loro definitiva eclissi? Oppure ci sono casi in cui l’eclissi andrebbe applicata a chi spettacolarizza le vite dei minori, senza tirarsi indietro come categoria?

E sorvolo sul fatto che se questi 31 bambini indegnamente strumentalizzati fossero nati in Italia non sarebbero italiani (e questo è fatto politico e civile).
È questa l’Italia che vogliamo? Un’Italia in cui se la ministra è carina (fosse stato Giovanardi o Bossi sareste tutti/e ugualmente commossi e partecipi?) l’etica e la deontologia le si può accantonare? E un Paese che ricorre all’etica e alla deontologia a corrente alternata (sono buono: in realtà l’assenza è cronica) non è la stessa Italia del malcostume, del malaffare, della corruzione, delle mafie? Non è quell’eclissi a consolidare tali fenomeni ormai di massa? Non è forse l’assenza di principi (etica) e l’aggiramento o l’elusione delle regole (deontologia) ad avere determinato l’attuale situazione italiana?

Certo che se deve essere uno come D’Alema (che disprezzo dal giorno in cui si alleò con Cossiga per qualche rigo nei libri di storia) a ricordarci che ci sono limiti invalicabili, vuol dire davvero che quest’Italia è irredimibile e il mestiere di giornalista solo grancassa del potere. Con buona pace di chi c’è morto, per la dignità questo mestiere, come Andy Rocchelli qualche giorno fa in Ucraina. Sbaglierò, ma lui questa pagliacciata non l’avrebbe fotografata.

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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