“Garantisti” e “giustizialisti”: la democrazia italiana spiegata (nel 1991) dal sociologo Nando dalla Chiesa

La mafia comanda a Catania coverNei giorni scorsi, passando davanti alla bancarella dei libri di Piazza Verga, a Catania, mi sono imbattuto nel primo libro di Claudio Fava, La mafia comanda a Catania 1960-1991, pubblicato ventiquattro anni fa da Laterza, nella primavera del 1991. «Un libro sugli umori più profondi che attraversano questi ultimi anni di storia del nostro paese, gli anni del cupo declino della prima repubblica»: così lo descriveva il sociologo Nando dalla Chiesa, nella prefazione.

Lo avevo letto a suo tempo, il libro di Fava, dopo avere contribuito con una discreta documentazione alla sua stesura, ma pur avendolo non ho esitato ad acquistarlo, ché è una prima edizione, senza le pagine oscurate per la querela di Salvo Andò (che vide Fava assolto in Appello e in Cassazione, dopo una discutibilissima condanna per diffamazione in Tribunale, a Roma). Non ricordavo la prefazione di dalla Chiesa e rileggerla è stata una vera boccata d’aria fresca, un‘analisi attualissima, in cui il sociologo, oltre a ragionare sulla Catania di allora raccontata dall’attuale vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, mostrava una grande capacità di lettura della realtà che spingeva fino a ipotizzare che Milano stesse diventando «la Catania del Nord».

Ecco cosa scriveva, nel 1991: «Sì, Catania anticipatrice del regime violento che arriva grazie a battaglioni di irresponsabili che fanno finta di non vedere. […] Ma non era Catania la Milano del Sud? Sì, nei primi anni sessanta, quelli del boom. E se oggi fosse il contrario, se Milano avesse in sé la spinta a diventare la Catania del Nord?». E non era una questione di «profezie affrettate», ma la capacità «di cogliere dove, al di là di differenze importanti, si mettono in moto meccanismi analoghi a quelli sperimentati altrove». Ventiquattro anni dopo possiamo dire, senza tema di smentite, che il professore ha «colto» nel segno.

Ma ciò che più m’ha colpito, della prefazione di Nando dalla Chiesa, è l’analisi della nostra boccheggiante democrazia, partendo dalla Catania di quegli anni così com’è raccontata nel libro di Fava:

«Trionfa, in questa rappresentazione della parabola catanese, il vizio profondo e mortale della democrazia italiana, il vizio che spiega perché la modernità, anziché liberarci della peste mafiosa, l’abbia invece diffusa su tutta la penisola e in dosi sempre più massicce. Ed è, questo vizio profondo, il primato assoluto della “democrazia delle leggi” sulla “democrazia dei costumi”. È necessario, per capire l’osservazione, riandare per un attimo alla classica analisi condotta da Alexis de Tocqueville della democrazia americana del secolo scorso. Qual era la forza di quella democrazia? La sua forza sta nei costumi, rispondeva Tocqueville dopo averla conosciuta e averla letta con gli occhi dell’aristocratico francese. Sta nei costumi che sorreggono le leggi, che vengono prima delle leggi, che danno loro un senso, le rendono vita quotidiana e moralità pubblica operante. Sta dunque nel sentire popolare, che nelle leggi si trasferisce e dalle leggi trae ulteriore forza di significati. E in effetti, la democrazia dei costumi non esclude le leggi. Anzi, le vivifica. Di più: le vivifica a tal punto da renderle in parte superflue. Se lo spirito di una legge è forte in quanto condiviso, che bisogno ci sarà di immaginare un’altra serie di norme che garantiscano l’operatività di quella legge o l’impossibilità di eluderla? La stessa democrazia inglese si regge in buona misura su grandi princìpi non scritti. Un patto civile costretto a passare per mille cavilli e previsioni di singole fattispecie è una grandiosa finzione storica, è un patto tra uomini che in realtà non hanno in comune valori di fondo, e che dunque non sono in grado, alla fine, di stringere tra loro un patto vero.

Le democrazie moderne, quelle di solida tradizione, inclinano perciò vistosamente verso il primato dei costumi, verso il primato di un’etica diffusa. Al contrario le democrazie deboli, fatte di forma più che di sostanza, di prescrizioni più che di comportamenti, hanno bisogno di fissare sempre più regole. Esse ricorrono alla legge come un surrogato della cultura civile. E a volte sono talmente deboli da illudersi che il primato del cavillo sia sinonimo di elevata cultura giuridica di un popolo o di una civiltà. E non colgono che in realtà quel primato tanto più si afferma quanto più evanescente è lo Stato di diritto. E che anzi in quei contesti ogni sconfitta dello Stato di diritto sarà cantata come una sua vittoria.

No, non è questa la polemica – che tanto serve a chi è a corto di idee – tra “formalisti” e “sostanzialisti”. La polemica è un’altra. Chi scrive parteggia infatti sia per la sostanza sia per la forma, lamentando che sia l’una sia l’altra vengano sistematicamente conculcate a vantaggio dei gruppi o degli interessi più potenti, tra i quali quelli mafiosi rientrano a tutto tondo. La polemica riguarda invece lo spazio del lecito, il territorio di ciò che è possibile in una democrazia. Perché per i fautori della “democrazia delle leggi” sarà possibile e perfettamente lecito tutto ciò che non sia espressamente vietato dalle norme scritte, dei codici e dei regolamenti. Per la democrazia delle leggi il giudizio migliore su ciò che è possibile, in economia, nelle istituzioni, nella politica, non può darlo che il giurista. E dunque, in assenza di leggi contrarie, un pluricondannato o pluriinquisito per reati mafiosi potrà tranquillamente essere presentato alle elezioni o diventare interlocutore privilegiato in affari di un’amministrazione comunale. Per i fautori della democrazia dei costumi, invece, una legge che vieti queste candidature o questi rapporti privilegiati sarà di per sé impensabile, perché essa significherebbe che sono saltati, già prima, i fondamenti del patto civile. Al contrario, per la democrazia dei costumi molti comportamenti non sottoposti a sanzione penale (ad esempio un politico che mente in pubblico) sono lesivi della dignità di un ruolo istituzionale e con essa incompatibili.

In questo divario di concezioni sta in fondo gran parte delle ragioni della polemica cosiddetta del garantismo o della “cultura del sospetto”; che è in realtà, come si può capire, una polemica che ha ben altro oggetto e spessore. Una polemica vinta finora nel nostro paese dalla democrazia delle leggi, che ha finito così per assestare colpi durissimi allo Stato di diritto. Brandendo la legge, una legge costantemente piegata alle ragioni del più forte, il potere corrotto ha trasformato la democrazia in un immenso tribunale, fatto di cavilli più che di ragione, di procedure più che di verità, di conflitti tra commi più che di libertà. Insomma, ha trasformato la democrazia in un regime».

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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