Cianceminate e carte false

Queste lungo articolo l’ho scritto cinque anni e mezzo fa, subito dopo l’arresto di Massimo Ciancimino per la grossolana manipolazione del foglio attraverso cui tentava di dimostrare che Gianni De Gennaro è “il signor Carlo/Franco”. In questi giorni in cui nel “processo trattativa” – e sui media – si discute della “autenticità” del cosiddetto papello, penso sia utile socializzarlo, in modo che anche il più ignaro lettore possa farsi un’idea su ciò di cui si discute.

* * * * *

«Finalmente a Palermo si sono accorti di cose di cui noi ci eravamo accorti da tempo» ha dichiarato al quotidiano la Stampa il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, l’indomani del fermo di Massimo Ciancimino disposto dai colleghi del capoluogo siciliano. Il Corriere della Sera, sempre il 22 aprile, riportava un’altra dichiarazione attribuita allo stesso magistrato, secondo il quale il documento taroccato consegnato da Ciancimino ai pm di Palermo rappresenterebbe «un ulteriore tassello che si aggiunge ai numerosissimi tasselli che noi avevamo già raccolto».

Non sappiamo a quali «tasselli» si riferisca il pm Gozzo, ché da Caltanissetta, nel corso dei tre anni due mesi e ventitrè giorni di “collaborazione” del figlio minore di don Vito coi magistrati di diverse procure – dal 29 gennaio 2008, data del primo verbale, al 21 aprile 2011, giorno dell’arresto –, non è trapelato quasi nulla. Quasi. Ché di tanto in tanto filtrava qualche malumore nei confronti dei colleghi palermitani, lasciando intravedere valutazioni diverse sull’attendibilità del cosiddetto supertestimone. Sappiamo però – dagli interrogatori pubblici depositati al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu in corso al Palermo, per la presunta mancata cattura del boss Provenzano nel 1995; dalle perizie su alcuni documenti consegnati ai magistrati, anch’esse agli atti del processo; nonché dalla lunga testimonianza dello stesso Massimo Ciancimino che ha riempito quattro udienze dibattimentali (1, 2, 8 febbraio e 8 marzo 2010) – che lo show del figlio di don Vito poteva essere bloccato molto prima. Già: show.

Ciancimino jr? Un teste mediatico.

È stato Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto di Palermo che (coi sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido) ha firmato il provvedimento di fermo, a definirlo «un teste mediatico» nel libro Nel labirinto degli dei, pubblicato un anno fa, mentre nel corso della recente presentazione catanese del volume ne ha stigmatizzato «l’eccesso di parola, lo smodato presenzialismo mediatico e televisivo». Esattamente l’opposto del padre, Vito Ciancimino, ex assessore ai lavori pubblici e sindaco democristiano negli anni del sacco di Palermo: il primo uomo politico siciliano condannato per associazione mafiosa, morto il 17 novembre del 2002 all’età di settantotto anni. Ecco come, richiamando ciò che aveva scritto un anno prima nel libro citato, Ingroia sintetizza le differenze fra i due, in un’intervista al Corriere della sera dello scorso 24 aprile: «Vito Ciancimino negava qualsiasi legame con Cosa nostra, mentre Massimo ha contribuito a confermare ciò che già emergeva sui rapporti tra suo padre e la mafia, in particolare Bernardo Provenzano. Vito era certamente reticente e omertoso, parlava per sottrazione; Massimo parla per eccesso, e bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce. Suo padre diceva troppo poco, con lui bisogna fare attenzione perché a volte è portato a dire troppo».

Non solo a dire troppo, ma anche a fare troppo, se si considera che l’arresto del figlio di don Vito è conseguenza della manomissione di un documento a cui è stato aggiunto un nome che non c’era, quello di Gianni De Gennaro, il capo supremo dei servizi segreti italiani, indicato come componente di un fantomatico «Quarto livello» mafioso e strettamente legato all’altrettanto fantomatico «signor Carlo/Franco», uno spione in servizio permanente effettivo dalla fine degli anni Sessanta, anch’egli membro del Quarto livello e da sempre in stretto contatto con don Vito, che non prendeva alcuna decisione importante senza prima essersi consultato con lui, secondo i racconti di Ciancimino jr.

Sul nome di De Gennaro, Massimo era già inciampato qualche mese fa, a Caltanissetta, e si era guadagnato un avviso di garanzia per calunnia e una denuncia dello stesso calunniato. Ma procediamo con ordine e torniamo al protagonismo mediatico.

Da quando ha iniziato a collaborare coi magistrati, il figlio minore di don Vito non ha mai distinto fra pm e giornalisti: la mattina registrava una testimonianza, il pomeriggio rilasciava un’intervista, incurante del segreto istruttorio. Se, invece di rampognarlo verbalmente, gli avessero notificato un avviso di garanzia magari le cose sarebbero potute andare diversamente. Magari avrebbe capito che essere «il teste principale d’accusa su quel che è successo negli ultimi vent’anni» (parole sue, finite in un’intercettazione ambientale a casa di un presunto ’ndranghetista indagato dalla procura di Reggio Calabria) non poteva essere considerata una patente di intoccabilità. Chissà.

I «tasselli» che abbiamo messo insieme minano la credibilità di Massimo Ciancimino e rischiano di affondare anche la presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, di cui suo padre sarebbe stato intermediario insieme a due ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, l’allora tenente colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, ai quali don Vito avrebbe consegnato il papello di richieste di Riina per interrompere la strategia stragista, prima dell’eccidio di via D’Amelio.

Prima di entrare nel merito, c’è da ricordare che gran parte delle conoscenze di Ciancimino sono da ricondurre al periodo 1999-2002, quando, dopo la scarcerazione di don Vito, quest’ultimo lo mise a conoscenza di parte dei suoi segreti, finalizzati a confluire in un libro di memorie che avrebbero dovuto scrivere insieme; i racconti dell’ex sindaco mafioso erano accompagnati da documenti, perlopiù in fotocopia, da allegare al libro come prove dell’autenticità dei fatti narrati.

L’inizio dell’autodemolizione

Nel corso della sua testimonianza nel processo Mori-Obinu, Massimo Ciancimino, che aveva già disseminato di contraddizioni i 23 verbali depositati agli atti del procedimento, inizia pubblicamente quello che ha tutta l’aria di essere un percorso di autodemolizione della propria attendibilità, cominciando proprio dalla trattativa. Sappiamo per certo che, subito dopo la strage di Capaci, il capitano De Donno incontra “casualmente” Massimo in aeroporto e gli chiede di potere parlare con l’ex sindaco. Sul punto, Mori, De Donno e Ciancimino jr hanno messo a verbale la stessa versione dei fatti e la stessa tempistica. I problemi cominciano quando il figlio di don Vito indica dove riferì a De Donno la risposta positiva del padre.

Il 7 aprile 2008, durante la prima delle sue numerosissime testimonianze davanti ai pm Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, Ciancimino verbalizza: «Lo incontrai (De Donno, ndr) a Palermo, ci incontrammo di fuori della Caserma quella diciamo che purtroppo ho conosciuto pure io, Caserma Carini». La conoscenza diretta alla caserma Carini dei carabinieri si riferisce all’arresto dello stesso Massimo, l’8 giugno 2006, per il riciclaggio dei soldi sporchi dell’ormai defunto genitore. Be’, l’1 febbraio 2010, davanti ai giudici del processo Mori-Obinu, il figlio di don Vito sposta l’incontro col capitano da Palermo a Roma, nel quartiere Parioli.

Il giorno successivo, 2 febbraio, lascia cadere un altro sassolino lungo il percorso, come fa il Pollicino di Perrault per ritrovare la via di casa. Lui, invece, ritroverà la via del carcere. Fra le carte che il “supertestimone” della trattativa ha consegnato ai pm di Palermo ci sono sette fotocopie di dattiloscritti attribuiti da Massimo al boss corleonese Bernardo Provenzano: lettere a don Vito, pizzini che proverebbero la trattativa con la consegna del papello, collocandola con certezza tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. Determinante, in tal senso, il primo di questi pizzini:

«Carissimo Ingegnere, ho ricevuto la notizia che ha ritirato la ricetta dal caro Dottore. Credo che è il momento che tutti facciamo uno sforzo, come già ci eravamo parlati al nostro ultimo incontro il nostro amico è molto pressato; speriamo che la risposta ci arrivi per tempo, se ci fosse il tempo per parlarne noi due insieme: Io so che è buona usanza in lei andare al Cimitero per il compleanno del padre suo, si ricorda, me ne parlo lei, potremo vederrci per rivolgere insieme una preghiera a Dio; o come l’altra volta per comodità sua, da nostro amico Mario. Bisogna saperlo, perché a noi ci vuole tempo per organizzarci».
Nell’interpretazione che Massimo Ciancimino offre ai pm di Palermo, il «Carissimo Ingegnere» è il padre, la «ricetta» è il papello, il «caro Dottore» è il medico personale di Totò Riina, Antonino Cinà (che avrebbe consegnato il papello a Massimo il 29 giugno 1992, giorno di S. Pietro – a Roma è festa e lui aveva programmato una gita a Panarea ma ha dovuto rinunciare); «la risposta» che aspettano sarebbe quella delle istituzioni alle richieste contenute nel papello; il «nostro amico» è Riina, «molto pressato» da un soggetto esterno a Cosa Nostra («il grande architetto» lo definiva Ciancimino padre) che vorrebbe continuare la strategia stragista; il «Cimitero» è quello dei Cappuccini, a Palermo; il «compleanno del padre suo» ricorre il 12 luglio.

Davanti ai giudici, invece, il “supertestimone” entra in stato confusionale e l’attesa «risposta» delle istituzioni diventa «la possibilità di avanzare il contropapello di mio padre come condizione su cui continuare questa trattativa». Poi il pm Ingroia lo prende (metaforicamente) per mano e lo conduce a dire che la risposta era quella che Provenzano e don Vito aspettavano «dai carabinieri e dal signor Franco».

La lettera di minacce a Berlusconi

L’8 febbraio il figlio di don Vito si presenta in aula con un fascio di carte che vorrebbe consegnare direttamente ai giudici, ma il presidente Angelo Fontana gli spiega che deve darli ai pm e che, in caso di loro richiesta, il Tribunale deciderà se e quali acquisire. Fra quei fogli c’è anche l’ormai celebre «lettera» di minacce «a Berlusconi» – con tanto di destinatario in cima alla pagina – che l’ex sindaco di Palermo avrebbe concordato con Provenzano, in cui sono contenuti riferimenti a un «triste evento» non meglio specificato. Il «triste evento», ha ripetutamente spiegato Massimo, sarebbe l’intenzione del boss corleonese di «uccidere un figlio di Berlusconi» se il Cavaliere non gli mette «a disposizione una delle sue reti televisive»; e ha chiarito di non sapere se la missiva sia stata effettivamente recapitata al destinatario.

Antefatto. Il 17 febbraio 2005, nel corso di una perquisizione, nell’ambito dell’inchiesta per riciclaggio a carico di Jr, i carabinieri sequestrano mezzo foglio A4, originale, manoscritto con una biro blu, in cui si fa riferimento a un «triste evento», all’«onorevole Berlusconi» e a una tv da «mettere a disposizione». Durante l’interrogatorio del 30 giugno 2009 i pm Ingroia e Di Matteo esibiscono quella mezza pagina al testimone e gli chiedono di spiegarne il contenuto e di collocarlo temporalmente. Lasciamo stare il contenuto e il possibile autore (tuttora ignoto) e limitiamoci alla datazione: il figlio di don Vito fa risalire lo scritto al periodo 1999-2000, ma mostra una certa reticenza, chiede e ottiene di poterne parlare l’indomani, dopo avere consultato alcune carte di cui è in possesso. L’1 luglio corregge la datazione: «Questo documento fa parte del periodo diciamo prima dell’arresto del 23 dicembre del ’92. […] Non lo colloco nei mesi… nel periodo della trattativa ma lo colloco prima. […] È sicuramente prima delle stragi», quando Berlusconi non era ancora onorevole. Dopo un po’ dichiara che le lettere erano due, la seconda, ritirata personalmente da Provenzano, non ha potuto consegnarla al padre, ché nel frattempo era stato arrestato. Il destinatario era Dell’Utri. I pm gli fanno notare che, nel testo, Berlusconi viene definito «onorevole», così Massimo decide che stanno analizzando la seconda lettera, che lui legge al padre durante un colloquio nel carcere di Rebibbia e che don Vito trascrive a matita su un foglio, apportando delle modifiche. Aggiunge anche che le lettere sull’argomento sono tre: quella che gli mostrano i pm è la terza, non più la seconda.

L’8 febbraio 2010, dunque, in aula, Massimo Ciancimino consegna la trascrizione che il padre fece della lettera di Provenzano che lui gli dettò quando lo andò a trovare a Rebibbia, dopo l’arresto di fine 1992. In realtà la trascrizione è incompleta (il contenuto è quasi identico al mezzo foglio scritto con la penna blu), mancano almeno una pagina precedente e una successiva. Però c’è un destinatario, in cima al foglio: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al quale la lettera è inviata «p.c.», per conoscenza, ché il destinatario diretto, segnato nel primo foglio – giura Massimo – era Dell’Utri. Il foglio in questione è una fotocopia e la calligrafia è certamente di don Vito. Stavolta la data viene fissata a dopo le elezioni politiche del 27 marzo 1994, quando Berlusconi è diventato onorevole e presidente del Consiglio.

Il 7 aprile 2010 arriva nelle librerie di tutta Italia Don Vito, il libro scritto da Massimo Ciancimino col giornalista Francesco La Licata e viene meglio precisato che siamo nel periodo 1994-1995. In quel volume, però, c’è dell’altro: alle pagine 228-229, accanto alla riproduzione della fotocopia consegnata in tribunale, c’è la riproduzione di un altro frammento di quella «lettera»: undici righe in tutto, le prime otto coincidono – nel senso che sono identiche anche nelle cancellature – con le ultime otto della fotocopia consegnata ai magistrati di Palermo; le ultime tre ci svelano che non si minacciava alcun omicidio ma di «convocare una conferenza stampa».

Ricordiamoci che dal dicembre 1992 al marzo 1999 Vito Ciancimino è rinchiuso nel carcere di Rebibbia e che ai detenuti non è concesso di convocare conferenze stampa.

Il giorno successivo all’uscita del libro, 8 aprile 2010, il novello scrittore è convocato d’urgenza dai pm di Palermo e di Caltanissetta che lo interrogano separatamente.

Il Segugio di internet

Dopo l’8 febbraio 2010, un blogger che si firma Enrix il Segugio guarda con attenzione la prima fotocopia e si accorge che tra l’intestazione e il primo rigo della lettera ci sono dei segnetti che somigliano alla parte superiore di una “t” e ipotizza che ci si possa trovare di fronte a una maldestra operazione di bricolage: il nome del destinatario e i tre segnetti “abusivi” potrebbero essere stati ritagliati da qualche altro documento e incollati in cima a quel foglio.

Dopo la pubblicazione di Don Vito, osservando l’altro frammento di lettera, Enrix, all’anagrafe Enrico Tagliaferro, ipotizza che le tre righe finali siano state tagliate via, nella fotocopia consegnata ai pm di Palermo, per fare posto all’indicazione del destinatario. Poi ci scrive su anche un libro – Prego, dottore! Le lettere della mafia a Silvio Berlusconi nella mitopoiesi di Massimo Ciancimino – in cui dimostra che la fotocopia consegnata l’8 febbraio ai magistrati è frutto di un montaggio. Il 28 settembre 2010 il libro di Tagliaferro entra agli atti del processo Mori-Obinu, prodotto dai legali dei due imputati.

La perizia sui documenti

Il 12 ottobre 2010, sul banco dei testimoni salgono i funzionari della Scientifica di Roma incaricati dai pm di sottoporre a perizia «numerosi documenti manoscritti e dattiloscritti» consegnati ai magistrati da Massimo Ciancimino. Fra i documenti, c’è l’originale, scritto a matita da don Vito, di quella parte di foglio A4 contenente le undici righe inferiori della presunta lettera a Berlusconi riprodotta nel libro di Ciancimino e La Licata. È una conferma della teoria di Enrico Tagliaferro. I periti, comunque, dicono anche un’altra cosa: quella carta era in commercio dal gennaio del 1996 al maggio del 2000. Non solo, il mezzo foglio scritto con la penna blu (di autore ignoto), quello che Massimo avrebbe ritirato da Provenzano, è «merceologicamente compatibile» col manoscritto dell’ex sindaco di Palermo, cioè la carta è dello stesso tipo e in commercio nello stesso periodo, 1996-2000. Dunque, non solo la data non coincide con quella in cui l’ha fissata Jr davanti ai giudici, ma nel periodo in cui quei fogli erano in vendita Berlusconi non era presidente del Consiglio. Un altro petardo sotto l’autenticità delle carte consegnate ai pm viene dal cosiddetto contropapello, cioè il documento che secondo Massimo conterrebbe le proposte del padre (la calligrafia è sua) alternative a quelle del papello di Riina che don Vito riteneva «inaccettabili e impresentabili». In testa alla fotocopia (parte della fotocopia stessa, non aggiunto a penna sulla fotocopia) consegnata ai pm di Palermo il 29 ottobre 2009 c’è scritto, da Massimo, «Allegato per mio libro». Il riferimento è sempre al libro che avrebbe dovuto scrivere col padre. E qui le cose si aggrovigliano letteralmente, ché il foglio era in commercio dall’86 al febbraio del 1991. A quel punto, il presidente Angelo Fontana chiede chiarimenti alle funzionarie della Scientifica Sara Falconi e Annamaria Caputo, autrici della parte merceologica della perizia:

Presidente: «[…] Quindi questa carta, massimo ’91, è stata utilizzata, poi, per fare questa fotocopia».

Teste: «».

Presidente: «Quindi dobbiamo ritenere che il momento in cui è stato scritto “Allegato per mio libro” è quello il momento in cui, o comunque successivo, in cui è stata fatta questa fotocopia. Giusto?»

Teste: «Sì».

La richiesta di chiarimenti del presidente Fontana è da ricondurre al fatto che la scritta «Allegato per mio libro», stando alla testimonianza di Massimo Ciancimino, non può risalire a prima del 1999. Ciò vuol dire che, negli anni 2000, Ciancimino (o chi per lui) aveva a disposizione carta e toner degli anni a cavallo fra la fine degli 80 e i primi 90 e che poteva fare fotocopie che, apparentemente, risalgono a quel periodo ma che in realtà sono state fatte successivamente.

Altro documento, sempre in fotocopia, su cui sussistono seri dubbi è stato consegnato da Ciancimino ai pm di Caltanissetta l’1 dicembre 2009: secondo i periti si tratta di un «collage»: sulla destra c’è un elenco a stampatello, manoscritto da Massimo; sulla sinistra e in basso, delle scritte di don Vito in cui il nome dell’ex sindaco è affiancato a quello di Berlusconi. Il “superteste”, al momento della consegna della fotocopia, ha messo a verbale di avere realizzato quel collage per discuterne col padre, per il libro a cui stavano lavorando; i periti hanno certificato che quella carta era in commercio dal mese di luglio del 2004. Don Vito è morto il 17 novembre 2002.

Perplessità sussistono anche sui pizzini di Bernardo Provenzano all’ex sindaco, sette in tutto, quattro dei quali riconducibili alla trattativa; i pizzini sarebbero stati scritti dal 1992 al 2001: sono stati realizzati tutti con la medesima macchina per scrivere (ma non corrisponde a nessuna delle sette usate per redigere gli altri pizzini in possesso dei magistrati e riconducibili con certezza al boss corleonese) che, inoltre, malgrado i nove anni che dovrebbero essere trascorsi fra il primo e l’ultimo messaggio, non mostra alcun segno di usura.

A metà aprile, infine, arriva la perizia sul documento (fotocopia) in cui Massimo ha annotato i nomi dei componenti del «Quarto livello» e, accanto a quello di «F/C Gross», cioè il fantomatico signor Carlo o Franco, collegato da una linea, c’è il cognome «De Gennaro», Gianni, l’attuale capo dei Servizi, che don Vito avrebbe aggiunto di suo pugno, in presenza del figlio. I periti hanno dimostrato che il nome dell’ex capo della Polizia è stato ritagliato da un altro foglio in loro possesso e apposto su quello che ha riportato in carcere Massimo Ciancimino con l’accusa di calunnia.

E tornano in mente le parole di Ingroia su Ciancimino jr: «Massimo parla per eccesso, e bisogna stare in guardia dalla sua voglia di raccontare anche ciò che non conosce. Suo padre diceva troppo poco, con lui bisogna fare attenzione perché a volte è portato a dire troppo». E, forse, è spinto anche a “documentare” quel «troppo». Lui, o chi per lui – il probabile “puparo” da tanti ipotizzato dopo l’arresto –, ché risulta quantomeno singolare il fatto che Massimo Ciancimino abbia cosparso il proprio cammino di «tasselli» autodistruttivi che ne minano la credibilità e lo hanno riportato in cella. Com’è successo, al culmine di tre anni due mesi e ventitrè giorni di cianceminate.

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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