Noi due nel mondo e nell’anima (L’Etna ed io)

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Ero lì, la fotocamera in mano, alla ricerca di uno spiraglio tra le nuvole, che le danzavano dinnanzi sospinte dal vento e magicamente assiepate davanti a Lei, quando, da qualche parte, si alzarono le note di Noi due nel mondo e nell’anima, una canzone della mia adolescenza che tornava per celebrare l’amore di un tempo – e mai sopito – tra me e Lei. Lei, ‘a Muntagna, l’Etna.

Sì, perché l’Etna è femmina, non maschio poiché vulcano. Ed è inutile che stiate lì a far l’occhiolino e a dar di gomito, insinuando che sarei innamorato di un maschio e quindi puppo, ché dalle mie parti, come riportò al tempo dei tragici fatti un autorevole settimanale nazionale, riferendo il limpido pensiero di Turi Tri Peri (che non si chiamava Tri Peri perché fotografo: in tal caso, sarebbe stato Tripperi, tuttu ‘ncucchiatu): «A noi ci fa sempre mezzogiorno, non le sei e mezza» (“Non restare chiuso qui, pensieroooo”).

La raffinata metafora fu immortalata, dall’inviato del settimanale, a imperitura memoria, per sgomberare il campo dalle crescenti insinuazioni sulla, invece, indiscutibile virilità dei maschi di queste lande racchiuse tra Jonio e Muntagna: qua, puppi non ce ne sono e, quand’anche ne nascessero, non li porteremmo certo dallo psichiatra, da piccoli. Ché è una gran minchiata il solo pensarlo, enorme dirlo, figurarsi farlo… Ovviamente, non li porteremmo nemmeno dal prete: sarebbe come portare la pecora al lupo. In ogni caso, la cosa importante, nella malaugurata ipotesi dovesse capitare una tal disgrazia, l’importante (repetita iuvant) è che non si venga a sapere, poiché il disonore sarebbe tanto per la comunità tutta e per la famiglia. Specie per la famiglia. Famiglia naturale! No, niente psichiatra né, meno che mai, prete: l’onta, da noi, quando si manifesta, nefasta e immonda, la si lava col piombo: Bang! Bang! Il problema è risolto e chi deve capire capisce. La comunità, solidale, ti comprende e ti copre: l’onta, troppo grande era, e infangava tutti. Ti copre l’avvocato, è il suo mestiere; ti copre il maresciallo, anche se non sarebbe esattamente il mestiere suo; ti copre il pretore, sebbene lo sarebbe ancora meno, il mestier suo, ma persona di buon senso, è, profondamente radicata nella comunità locale; ti copre persino il giudice di Catania, il quale non si mette certo a curiosare sotto le copert(ur)e, ché bisogna tutelare la praivasi. E l’onore. Soprattutto, l’onore. E zittire le malelingue. Perché, a noi, mezzogiorno ci fa, non le sei e mezza! (“Non restare chiuso qui, pensieroooo”).

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Fissato che qua non ci stanno puppi, di conseguenza io non lo sono e l’Etna è fimmina, a ulteriore conferma di ciò, bisogna tenere presente che ‘a Muntagna ha pure le mestruazioni. Sì, le mestruazioni: quelle che l’INGV vi ha prosaicamente insegnato a chiamare eruzioni, nella realtà sono mestruazioni. Le Grandi Mestruazioni della Grande Madre. La Dea della Fertilità di queste terre, arse e rigogliose al tempo stesso.

È inutile che stiate lì a obiettare che il ciclo non ce l’ha regolare: quante ne conoscete che, senza prendere la pillola, hanno un ciclo regolare?! Arizzittativi (Rassegnatevi). L’Etna è Fimmina. La cchiù Fimmina di tutti li fimmini. Protettiva e iraconda. Generosa e austera. Accogliente e civettuola. Lussureggiante e lussuriosa e chi più ne ha, più ne metta. Le nuvole danzano per lei, la viziano, la allietano, la velano per alimentarne il mistero e renderla sempre più desiderabile.

Ma, da adolescente, ignoravo la ruffiana arte della complicità femminile (intendete, forse, dubitare del fatto che le nuvole siano anch’esse femmine?), né comprendevo quel magico gioco di maliziosa seduzione, e mi struggevo:

E io dovrei comprendere

se tu da un po’ non mi vuoi

non avrei mai capito te

ma da capire cosa c’è.

Invece c’era da capire: non si celava perché non mi volesse, bensì perché desiderosa di essere corteggiata. Come ogni fimmina che si rispetti. Pur nella mia ingenuità, quasi ci arrivavo. Ma, prima di comprendere, deragliavo:

Dovrei tornare a casa e poi

se il fiato ce la fa

parlarti del mio mondo

fuori dei miei pensieri

poi scoprire che vuoi dormire

che non mi senti più.

Niente. Nel gioco della seduzione maliziosa e ammaliante ero proprio scarso, c’era poco da fare. L’amore era etereo e totalizzante. Il rifiuto, offesa. E la permalosità faceva il resto:

E io dovrei ma spiegami

contro di me che cos’hai

come se io non fossi io

mi dici che te ne vai.

Son quello che respira piano

per non svegliare te

che nel silenzio

fu felice di aspettare

che il tuo gioco diventasse amore

che una donna diventassi tu.

Noi due nel mondo e nell’anima

la veritá siamo noi

basta cosi e guardami

chi sono io tu lo sai…

E niè, amore non corrisposto, era. Ah! Lo struggimento!

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Ahi Muntagna, dove porti la mia vita?

un fiore di campo si è impigliato tra le dita,

e tante stelle, tante nelle notti chiare,

e mille lune, mille dune da scoprire.

Ahi Muntagna, non ti avessi mai seguita,

con te non si torna una volta sola indietro:

in mezzo ai venti, sempre vette da scalare,

sei morta mille volte senza mai morire.

Le delusioni amorose, è noto, o le anneghi nell’alcol – ma non ero un gran bevitore, quindi manco le stordivo, figurarsi annegarle – o le consacri in lacrimevoli rime in cui amore fa rima con cuore – ma non trovando un’efficace rima per Etna, rinunciai a una promettente e remunerativa carriera di rimatore a metraggio – o – ultima ratio, per me obbligata a causa dell’incapacità nelle due precedenti – te ne parti il più lontano possibile dall’amata sdegnosa. E così fu.

Lasciò il suo paese all’età di vent’anni

con in tasca due soldi e niente di più

aveva una donna che amava da anni

lasciò anche lei per qualcosa di più

Promise a se stesso di non ritornare

al vecchio paese della sua gioventù

dove nessuno voleva sognare

i campi d’arare e niente di più

Cominciò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

cercando fortuna in quartieri del mondo

dimenticando la sua povertà

Un giorno in casa di un grande poeta

trovò dei ragazzi che parlavan di pace

di colpo capì che era quella la meta

che aveva raggiunto per esser felice

Ritornò così a fare il vagabondo

girando paesi e città

voleva portare l’amore nel mondo

ma pensò al paese di molti anni fa

Senza un soldo in tasca tornò ancora verso casa

aveva capito cosa conta di più

davanti alla sua porta c’era lei che lo aspettava

tutto come prima non chiedeva di più.

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Da quando sono tornato, sei tutta un mestruo e un civettuolo ma sontuoso fumare, un continuo sfoggio di femminilità di cui hanno scritto e raccontato giornali e tv di tutto il mondo, con parole di stupore, meraviglia, ammirazione e timore rituale. Perlopiù, senza capirci una mazza e continuando a classificarti nel genere maschile. Fotografi e cineamatori, professionisti e dilettanti hanno intasato di Te l’internet. Sei una celebrità planetaria. Erutti. Sei maschio. Meglio così. Meno concorrenza. Ché alle donne non interessi, non in quel senso. Tranne a una. Una che ti guarda dall’altro versante. Una montanara. Ti guarda con gli occhi dell’amore, non ho dubbi. Non perché sia lesbica. Affatto. Poiché, per lei, sei Maschio. Indubitabilmente Maschio. Prepotentemente Maschio. Fuorviata da un ormai celebre, spettacolare, pluripremiato scatto di un pregevole fotografo anch’esso montanaro, che ti ritrae nuda, con, in vetta, un gigantesco fungo, generato da secoli di incazzature taciute, trattenute, somatizzate. Ma quand’è troppo, è troppo. E siccome non puoi rifare come nel 1669, quando cancellasti paesi e città, cambiando la geografia, l’orografia e pure gli approdi marittimi, ché tanto è inutile – gli umani sono perlopiù bestie irredimibili! –, la plurisecolare incazzatura ha prodotto un gigantesco fallo alto una quindicina di chilometri. Un monito.

Purtroppo, Muntagna mia, nessuno l’ha preso per tale, ché non si venerano più le Divinità di una volta e il monito è stato inghiottito, smaterializzato in miliardi di pixel e disperso nel Monitor, nel Display. Nello schermo, si sarebbe detto un tempo, but The times they are a changin’, come cantava quel Menestrello lì. E gli schermi stanno a mangiarci.

Muntagna mia, lo so che mi vuoi bene. Altrimenti la Grande Incazzatura non l’avresti certo manifestata proprio mentre ero temporaneamente altrove. Lo so, era il tuo modo di dirmi: «Non ce l’ho con te». Però – ammettilo – in quel volermi escludere dalla tua ira cazzuta, c’era anche un piccolo senso di rivalsa per questa mia nuova assenza, un tuo modo di farmi rosicare per essermi perso tanta, enorme, sconfinata, affascinante, inquietante bellezza fallica. Comunque, non ti porto rancore: #ailovvjù, ti vogghiu bbeni, Muntagna mia. Fimmina mia.

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Noi due nel mondo e nell’anima

la verità siamo noi.

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Informazioni su Sebastiano Gulisano

Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma. Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile (ma questa non è una testata giornalistica - e si vede). Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno. Sognatore: cioè fesso.
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Una risposta a Noi due nel mondo e nell’anima (L’Etna ed io)

  1. anna giuseppina ha detto:

    magistrale racconto, intenso, immagini forti di una vita. Il tuo primo antico amore.

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