TRI – Alfio Antico, Rita Botto e Lautari

A Orvieto si respira Sicilia, per una sera. Mercoledì 30 agosto, l’Umbria Folk Festival si apre con tre grandi della musica isolana in un’unica formazione: Alfio Antico, l’uomo che parla coi tamburi; Rita Botto, una delle più belle voci dell’isola; i Lautari, veterani della musica popolare siciliana. Un incontro di amici non alla prima esperienza assieme, la somma di tre grandi “personalità” musicali; una emozione di straordinaria intensità per chi assiste. Specie se ti sei fatto mille chilometri per andarli ad ascoltare: vorresti che non finisse mai e che il tempo si fermasse in Piazza del Popolo, con loro sul palco e Valentina accanto.
Un incontro, questo di TRI (tre, in dialetto, ma anche la radice di Trinacria), non ancora progetto, ma sontuosa sommatoria di tre repertori non alla prima esperienza comune, comunque somma che ruota intorno all’Uomo che parla coi tamburi: è Alfio Antico il vertice superiore di questo TRIangolo musicale non ancora progetto unitario, tanto che dall’unico bis della serata resta esclusa Rita Botto e il triangolo resta monco. Unico neo di una serata da incorniciare.
Grazie delle emozioni con cui avete ripagato i miei duemila chilometri (già, duemila, ché poi sono dovuto tornare indietro). Spero che questi miei scatti sappiano restituire qualche scampolo delle passioni che hanno riempito la Piazza del Popolo di Orvieto.

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Cianceminate e carte false

Queste lungo articolo l’ho scritto cinque anni e mezzo fa, subito dopo l’arresto di Massimo Ciancimino per la grossolana manipolazione del foglio attraverso cui tentava di dimostrare che Gianni De Gennaro è “il signor Carlo/Franco”. In questi giorni in cui nel “processo trattativa” – e sui media – si discute della “autenticità” del cosiddetto papello, penso sia utile socializzarlo, in modo che anche il più ignaro lettore possa farsi un’idea su ciò di cui si discute.

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«Finalmente a Palermo si sono accorti di cose di cui noi ci eravamo accorti da tempo» ha dichiarato al quotidiano la Stampa il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, l’indomani del fermo di Massimo Ciancimino disposto dai colleghi del capoluogo siciliano. Il Corriere della Sera, sempre il 22 aprile, riportava un’altra dichiarazione attribuita allo stesso magistrato, secondo il quale il documento taroccato consegnato da Ciancimino ai pm di Palermo rappresenterebbe «un ulteriore tassello che si aggiunge ai numerosissimi tasselli che noi avevamo già raccolto».

Non sappiamo a quali «tasselli» si riferisca il pm Gozzo, ché da Caltanissetta, nel corso dei tre anni due mesi e ventitrè giorni di “collaborazione” del figlio minore di don Vito coi magistrati di diverse procure – dal 29 gennaio 2008, data del primo verbale, al 21 aprile 2011, giorno dell’arresto –, non è trapelato quasi nulla. Quasi. Ché di tanto in tanto filtrava qualche malumore nei confronti dei colleghi palermitani, lasciando intravedere valutazioni diverse sull’attendibilità del cosiddetto supertestimone. Sappiamo però – dagli interrogatori pubblici depositati al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu in corso al Palermo, per la presunta mancata cattura del boss Provenzano nel 1995; dalle perizie su alcuni documenti consegnati ai magistrati, anch’esse agli atti del processo; nonché dalla lunga testimonianza dello stesso Massimo Ciancimino che ha riempito quattro udienze dibattimentali (1, 2, 8 febbraio e 8 marzo 2010) – che lo show del figlio di don Vito poteva essere bloccato molto prima. Già: show.

Ciancimino jr? Un teste mediatico. Continua a leggere

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Che faceva don Vito con i pizzini originali dei boss?

papelloOggi Massimo Ciancimino è tornato a testimoniare in un’aula di tribunale, a Palermo, durante un’udienza del processo per la cosiddetta trattativa tra Stato e mafia del 1992-1993 (dov’è anche imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, in conseguenza delle proprie dichiarazioni ai magistrati). Prima puntata di una testimonianza per la quale sono già state impegnate quattro udienze. Prodigo di dettagli, come al solito, Ciancimino non riesce proprio a non inserire qualche dettaglio destinato (finalizzato?) a  minarne la sempre più labile credibilità. Continua a leggere

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“Garantisti” e “giustizialisti”: la democrazia italiana spiegata (nel 1991) dal sociologo Nando dalla Chiesa

La mafia comanda a Catania coverNei giorni scorsi, passando davanti alla bancarella dei libri di Piazza Verga, a Catania, mi sono imbattuto nel primo libro di Claudio Fava, La mafia comanda a Catania 1960-1991, pubblicato ventiquattro anni fa da Laterza, nella primavera del 1991. «Un libro sugli umori più profondi che attraversano questi ultimi anni di storia del nostro paese, gli anni del cupo declino della prima repubblica»: così lo descriveva il sociologo Nando dalla Chiesa, nella prefazione.

Lo avevo letto a suo tempo, il libro di Fava, dopo avere contribuito con una discreta documentazione alla sua stesura, ma pur avendolo non ho esitato ad acquistarlo, ché è una prima edizione, senza le pagine oscurate per la querela di Salvo Andò (che vide Fava assolto in Appello e in Cassazione, dopo una discutibilissima condanna per diffamazione in Tribunale, a Roma). Non ricordavo la prefazione di dalla Chiesa e rileggerla è stata una vera boccata d’aria fresca, un‘analisi attualissima, in cui il sociologo, oltre a ragionare sulla Catania di allora raccontata dall’attuale vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, mostrava una grande capacità di lettura della realtà che spingeva fino a ipotizzare che Milano stesse diventando «la Catania del Nord». Continua a leggere

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Baci, abbracci e allodole rosse. L’antimafia delle icone fasulle

L'abbraccioL’annuncio lo dà egli stesso alle 9:18 di sabato 19 luglio, rivolgendosi ai fedeli riuniti in un gruppo Facebook a lui dedicato, Lo Stato protegga Massimo Ciancimino: «Oggi per la prima volta alle 16,58 porterò il motore di tutto questo in Via D’Amelio, io e VitoAndrea andremo insieme cercando di non farci notare tra i tanti manifestanti in quel luogo dove anche per colpa mia il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta persero la vita in modo ignobile». È il giorno della redenzione, per il figlio di don Vito: si reca lì per espiare la propria «colpa» ed essere assolto dai propri peccati.

Riuscire a non farsi notare in un luogo affollato di seguaci e giornalisti è cosa assai ardua, specie se lo annunci urbi et orbi. E siccome ci tiene si sappia che non intende farsi notare, tre quarti d’ora dopo torna a farsi sentire ed esorta le anime belle che lo hanno eletto a loro Icona dell’antimafia: «Condividetelo, fatelo girare», diffondete il Verbo: L’Icona si recherà in via Mariano D’Amelio senza farsi notare dagli astanti. Ma il nuovo intervento serve anche a motivare i fedeli: «Oggi – annuncia, solenne – a distanza di 22 anni ho visto tremare segretari alla presidenza del Quirinale e procuratori generali della cassazione, la loro tesi non regge, hanno paura, il loro castello di omissioni e bugie concordate sta franando. Forse è il momento più importante, non dategli il tempo di riorganizzarsi purtroppo la pausa estiva darà agli infami vantaggi, preparatevi per settembre – li esorta –, dobbiamo andare a bussare a chi di quella strage sa più di tanti altri, dobbiamo suonare andare ad interrogare Re Giorgio nel suo castello». Continua a leggere

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