La Sicilia, la mafia, l’omicidio Fava

Pippo Fava

«Io ho un insegnamento: al processo Tortora a Napoli c’erano tre catanesi, killer delle carceri, Andraus, Nino Faro e Marano. Andai a parlare con loro, dietro le sbarre. Loro erano accusati di associazione camorristica e mi dissero: “Ma quale camorra, ma quale mafia, noi catanesi siamo”. Cioè, da allora mi è rimasta questa etichetta qua, secondo cui Catania soffre di un’enorme, pericolosissima criminalità, ma che chiamarla Cosa nostra mi pare un po’ fuori posto». Queste parole di Tony Zermo, inviato del quotidiano La Sicilia, pronunciate al processo per l’omicidio di un altro giornalista, Giuseppe Fava, fondatore del mensile I Siciliani, condensano la linea del giornale diretto da Mario Ciancio, sull’esistenza della mafia a Catania. Una linea che il quotidiano applicava ancora prima dell’«insegnamento» impartito dai tre killer a Zermo, tanto che nell’ottobre dell’82, quando tutta la stampa nazionale riportò la notizia del mandato di cattura dei giudici palermitani nei confronti di Nitto Santapaola (poi assolto) per l’omicidio del generale dalla Chiesa, La Sicilia tacque il fatto ai propri lettori: li informò il giorno dopo, minimizzando lo spessore criminale del capo di Cosa nostra etnea. Continua a leggere

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Il quinto Cavaliere. Affari e opere di Mario Ciancio (ottobre 2006)

Quinto cavaliere

Non solo (dis)informazione. L’impero di Mario Ciancio Sanfilippo si va via via diversificando e, accanto a giornali, televisioni e pubblicità, spuntano terreni agricoli che diventano edificabili, alberghi, musei, centri commerciali e imprese edili. Con qualche (vana, finora) incursione nell’alta finanza. Una varietà che ricorda quella dei celebri «Cavalieri dell’apocalisse mafiosa» e, proprio come per i Cavalieri, negli affari di Ciancio compare sempre più spesso l’ombra di Cosa nostra. Continua a leggere

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Gli invulnerabili di Catania

Gli invulnerabili di Catania

Ventuno anni dopo l’omicidio di Giuseppe Fava, le parole di «amici» e nemici diventano uno spettacolo

(da Avvenimenti n. 50/2004)

di Sebastiano Gulisano

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«No, non ricordo un articolo che riguardava le rivelazioni di un pentito sull’omicidio Fava. So che ci sono state polemiche… ma io non leggo la cronaca nera del mio giornale… No, su quell’articolo non esercitai controlli… Io non esercito alcun controllo… Certo che ero amico di Fava… No, non so come si è giunti a questo processo… Lo so che state celebrando un processo per l’omicidio di un giornalista. E io sono estremamente rammaricato del fatto di non potere essere utile. Io, signor giudice, sono il padrone del giornale, mi occupo di mille cose, non dei particolari. E scrivo solo una volta l’anno, quando ci sono le elezioni…». Mario Ciancio Sanfilippo è il direttore-editore del quotidiano di Catania, La Sicilia. L’unico quotidiano della città. È stato presidente nazionale della Fieg, la federazione degli editori di giornali. Ed è stato tra i duecentosessanta testimoni ascoltati durante il processo per l’omicidio di Giuseppe Fava, anche lui giornalista e, secondo Ciancio, suo «amico». Fava, direttore del mensile I Siciliani, è stato ammazzato da un commando di killer di Cosa nostra il 5 gennaio del 1984, a Catania. Continua a leggere

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Un taglio al futuro del Sud (e dell’Italia). Cosa vedrà il Papa a Palermo

Nel 2010 scrissi un libro sulla cosiddetta riforma Gelmini (Un taglio al futuro, Editori Riuniti), provando a raccontarne le ricadute concrete sul sistema scolastico nazionale. Fra i tanti, intervistai Fabio Passiglia, il dirigente scolastico del Circolo didattico Nazario Sauro di Palermo, quartiere Brancaccio, il quartiere di don Pino Puglisi (nella foto, tratta da un articolo de La Stampa), il parroco ammazzato da Cosa nostra il 15 settembre 1993. Oggi, nell’anniversario di quel brutale omicidio, papa Francesco è a Palermo e io mi sono ricordato del primo capitolo del mio libro e ne ripropongo un estratto. Parla di scuola, di Palermo, di Sud e di Nord, d’Italia. E di un taglio al futuro. Continua a leggere

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Noi due nel mondo e nell’anima (L’Etna ed io)

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Ero lì, la fotocamera in mano, alla ricerca di uno spiraglio tra le nuvole, che le danzavano dinnanzi sospinte dal vento e magicamente assiepate davanti a Lei, quando, da qualche parte, si alzarono le note di Noi due nel mondo e nell’anima, una canzone della mia adolescenza che tornava per celebrare l’amore di un tempo – e mai sopito – tra me e Lei. Lei, ‘a Muntagna, l’Etna.

Sì, perché l’Etna è femmina, non maschio poiché vulcano. Ed è inutile che stiate lì a far l’occhiolino e a dar di gomito, insinuando che sarei innamorato di un maschio e quindi puppo, ché dalle mie parti, come riportò al tempo dei tragici fatti un autorevole settimanale nazionale, riferendo il limpido pensiero di Turi Tri Peri (che non si chiamava Tri Peri perché fotografo: in tal caso, sarebbe stato Tripperi, tuttu ‘ncucchiatu): «A noi ci fa sempre mezzogiorno, non le sei e mezza» (“Non restare chiuso qui, pensieroooo”). Continua a leggere

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