Un taglio al futuro del Sud (e dell’Italia). Cosa vedrà il Papa a Palermo

Nel 2010 scrissi un libro sulla cosiddetta riforma Gelmini (Un taglio al futuro, Editori Riuniti), provando a raccontarne le ricadute concrete sul sistema scolastico nazionale. Fra i tanti, intervistai Fabio Passiglia, il dirigente scolastico del Circolo didattico Nazario Sauro di Palermo, quartiere Brancaccio, il quartiere di don Pino Puglisi (nella foto, tratta da un articolo de La Stampa), il parroco ammazzato da Cosa nostra il 15 settembre 1993. Oggi, nell’anniversario di quel brutale omicidio, papa Francesco è a Palermo e io mi sono ricordato del primo capitolo del mio libro e ne ripropongo un estratto. Parla di scuola, di Palermo, di Sud e di Nord, d’Italia. E di un taglio al futuro.

* * *

Io, dirigente scolastico, vi racconto la scuola della calcolatrice

Mi chiamo Fabio Passiglia, ho 46 anni e, da tre, sono il dirigente scolastico del Circolo didattico Nazario Sauro di Palermo, nel quartiere Brancaccio, a meno di cento passi dal luogo in cui, il 15 settembre del 1993, è stato massacrato padre Pino Puglisi.

Sono entrato nel mondo della scuola nel momento storico in cui facevano la loro comparsa i moduli, uno spazio in cui, non senza difficoltà, conflitti e dolori, i docenti abbandonarono faticosamente il loro decennale egocentrismo pedagogico per iniziare a concepire l’idea del pensiero plurale e della negoziazione delle proposte educative.

Sono cresciuto con questa scuola e su di essa ho le mie idee: credo nell’intelligenza collettiva e nella capacità di autodeterminazione delle comunità. Credo nell’educazione come bene primario, nella sussidiarietà orizzontale, nella scuola come comunità di professionisti della didattica, che crea progetti di vita per la persona.

La parola progetto proviene dal latino proicio: “tendo verso il possibile”.

Nella scuola che dal 2007 coordino, l’intelligenza collettiva è stata il motore verso la creazione del senso della possibilità per ognuno, della speranza. In una comunità scolastica in cui, più che altrove, vale l’insegnamento di don Lorenzo Milani, il quale, nella sua celebre Lettera a una professoressa, scriveva: «Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali». E qui, nel quartiere Brancaccio, di “disuguali” ce ne sono fin troppi. Le bambine e i bambini avrebbero bisogno di avere più di tanti altri. Invece gli viene dato meno dei loro coetanei settentrionali.

La cura governativa contro «la scuola pubblica sprecona e spendacciona» prevede la triennale somministrazione di una medicina, la cui formula, calcolatrice alla mano, nasce dall’alchimia di tre elementi: il numero delle classi, il numero delle ore settimanali di lezione e il numero di ore di servizio previste dal contratto. Moltiplicando il primo per il secondo e dividendo il prodotto per il terzo, si ottiene l’organico dei docenti di un istituto. Poi, come dirigente e docenti organizzeranno l’orario delle lezioni, come incastreranno le discipline con le esigenze degli alunni e degli insegnanti, come non organizzeranno le attività di recupero per chi resta indietro, come non parleranno più con i genitori che accoglievano negli anni passati, nelle ore di compresenza destinate allo sportello, questo è affare altro. Non è previsto dalla cura. Meno che mai dalla calcolatrice.

Il versante più drammatico è quello degli interventi di recupero individualizzato. Mi viene in mente don Milani e la sua definizione di scuola come «ospedale che caccia i malati per accogliere i sani». Penso che un ciclo di trent’anni di ricerche sulla didattica si sia concluso.

Ora, con quella calcolatrice in mano, penso al futuro della scuola e mi ritorna alla memoria un episodio del mio passato scolastico. Ho sei anni ed è il mio primo giorno di scuola. Ci sono due miei compagni che la maestra ha messo all’ultimo banco, quando si è resa conto che sono troppo poveri e scarsi perché lei, maestra unica, possa occuparsene.

I primi giorni li passano a piangere. Poi, inevitabilmente, cominciano a svolgere la funzione cui sono “predestinati”: disturbare, picchiare e terrorizzare i compagni. La maestra li punisce continuamente davanti a tutti e attende la fine dell’anno per bocciarli. In pochi anni i due sono già per strada a lanciare pietre contro le finestre della scuola.

Ricordo ancora la voce della maestra: il lamento di una persona stanca, amareggiata, abbrutita. Non era cattiva, era anche lei vittima di un sistema scolastico che mandava gli insegnanti allo sbaraglio.

Se guardo la scuola di oggi mi viene da pensare a uno che sta affondando: avrebbe bisogno di soccorso, invece gli si tiene a forza la testa sott’acqua. Specie nel Sud.

La differenza fra le due estremità dell’Italia e del gap che le separa, destinato ad allargarsi malgrado le rassicuranti dichiarazioni del ministro Gelmini, si chiama “tempo pieno”. Qui sostanzialmente non esiste: da noi sono previste 27 ore settimanali, in Lombardia 40. Ciò, calcolatrice alla mano, vuol dire 13 ore di offerta formativa in meno che, moltiplicate per le 33 settimane dell’anno scolastico, danno 429 ore di differenza. Se poi le moltiplichiamo per i cinque anni di studi, arriviamo a 2.145, che, divise per 33 settimane, danno 65 settimane in più: i bambini del Nord, nell’arco di cinque anni, hanno l’equivalente di due anni in più d’offerta formativa. Siamo noi ad avere bisogno, invece ci tagliano i viveri.

Avevamo una tradizione normativa sull’integrazione scolastica che tutta Europa c’invidiava. Oggi, per effetto dei tagli del ministro Tremonti, molti bambini che necessitano di rapporto un docente/un alunno si trovano scoperti per almeno metà delle ore, per di più in classi gestite da insegnanti unici.

La politica ha condannato i diversamente abili a non avere insegnanti di sostegno, alla mancanza di continuità didattica, ad avere dirigenti scolastici e insegnanti incompetenti e non aggiornati. A essere dimenticati. Mi sento come uno che sta mandando a fondo i bambini con maggiori difficoltà, uno che produce cadaveri pedagogici: così definisco coloro che non hanno un’assistenza adeguata e sono ineluttabilmente destinati a restare indietro, diventando il Sud del Sud.

Ciò a cui assisto ogni giorno è una vera e propria tragedia pedagogica che non sono, non siamo in condizione di fronteggiare, poiché non solo non ci sono stati dati gli strumenti necessari, ma ci sono stati tolti anche parte di quelli che avevamo. Prima, quando mi svegliavo, la mattina, sapevo che ci sarebbero stati problemi nell’arco della giornata, ma che avrei saputo affrontarli e risolverli. Ora, ogni mattina, quando mi sveglio so che ci saranno dei problemi e che saranno insolubili.

Annunci
Pubblicato in Politica | Lascia un commento

Noi due nel mondo e nell’anima (L’Etna ed io)

DSCF7255_1

Ero lì, la fotocamera in mano, alla ricerca di uno spiraglio tra le nuvole, che le danzavano dinnanzi sospinte dal vento e magicamente assiepate davanti a Lei, quando, da qualche parte, si alzarono le note di Noi due nel mondo e nell’anima, una canzone della mia adolescenza che tornava per celebrare l’amore di un tempo – e mai sopito – tra me e Lei. Lei, ‘a Muntagna, l’Etna.

Sì, perché l’Etna è femmina, non maschio poiché vulcano. Ed è inutile che stiate lì a far l’occhiolino e a dar di gomito, insinuando che sarei innamorato di un maschio e quindi puppo, ché dalle mie parti, come riportò al tempo dei tragici fatti un autorevole settimanale nazionale, riferendo il limpido pensiero di Turi Tri Peri (che non si chiamava Tri Peri perché fotografo: in tal caso, sarebbe stato Tripperi, tuttu ‘ncucchiatu): «A noi ci fa sempre mezzogiorno, non le sei e mezza» (“Non restare chiuso qui, pensieroooo”). Continua a leggere

Pubblicato in Politica | 1 commento

TRI – Alfio Antico, Rita Botto e Lautari

A Orvieto si respira Sicilia, per una sera. Mercoledì 30 agosto, l’Umbria Folk Festival si apre con tre grandi della musica isolana in un’unica formazione: Alfio Antico, l’uomo che parla coi tamburi; Rita Botto, una delle più belle voci dell’isola; i Lautari, veterani della musica popolare siciliana. Un incontro di amici non alla prima esperienza assieme, la somma di tre grandi “personalità” musicali; una emozione di straordinaria intensità per chi assiste. Specie se ti sei fatto mille chilometri per andarli ad ascoltare: vorresti che non finisse mai e che il tempo si fermasse in Piazza del Popolo, con loro sul palco e Valentina accanto.
Un incontro, questo di TRI (tre, in dialetto, ma anche la radice di Trinacria), non ancora progetto, ma sontuosa sommatoria di tre repertori non alla prima esperienza comune, comunque somma che ruota intorno all’Uomo che parla coi tamburi: è Alfio Antico il vertice superiore di questo TRIangolo musicale non ancora progetto unitario, tanto che dall’unico bis della serata resta esclusa Rita Botto e il triangolo resta monco. Unico neo di una serata da incorniciare.
Grazie delle emozioni con cui avete ripagato i miei duemila chilometri (già, duemila, ché poi sono dovuto tornare indietro). Spero che questi miei scatti sappiano restituire qualche scampolo delle passioni che hanno riempito la Piazza del Popolo di Orvieto.

Pubblicato in Foto, Musica | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Cianceminate e carte false

Queste lungo articolo l’ho scritto cinque anni e mezzo fa, subito dopo l’arresto di Massimo Ciancimino per la grossolana manipolazione del foglio attraverso cui tentava di dimostrare che Gianni De Gennaro è “il signor Carlo/Franco”. In questi giorni in cui nel “processo trattativa” – e sui media – si discute della “autenticità” del cosiddetto papello, penso sia utile socializzarlo, in modo che anche il più ignaro lettore possa farsi un’idea su ciò di cui si discute.

* * * * *

«Finalmente a Palermo si sono accorti di cose di cui noi ci eravamo accorti da tempo» ha dichiarato al quotidiano la Stampa il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, l’indomani del fermo di Massimo Ciancimino disposto dai colleghi del capoluogo siciliano. Il Corriere della Sera, sempre il 22 aprile, riportava un’altra dichiarazione attribuita allo stesso magistrato, secondo il quale il documento taroccato consegnato da Ciancimino ai pm di Palermo rappresenterebbe «un ulteriore tassello che si aggiunge ai numerosissimi tasselli che noi avevamo già raccolto».

Non sappiamo a quali «tasselli» si riferisca il pm Gozzo, ché da Caltanissetta, nel corso dei tre anni due mesi e ventitrè giorni di “collaborazione” del figlio minore di don Vito coi magistrati di diverse procure – dal 29 gennaio 2008, data del primo verbale, al 21 aprile 2011, giorno dell’arresto –, non è trapelato quasi nulla. Quasi. Ché di tanto in tanto filtrava qualche malumore nei confronti dei colleghi palermitani, lasciando intravedere valutazioni diverse sull’attendibilità del cosiddetto supertestimone. Sappiamo però – dagli interrogatori pubblici depositati al processo al generale Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu in corso al Palermo, per la presunta mancata cattura del boss Provenzano nel 1995; dalle perizie su alcuni documenti consegnati ai magistrati, anch’esse agli atti del processo; nonché dalla lunga testimonianza dello stesso Massimo Ciancimino che ha riempito quattro udienze dibattimentali (1, 2, 8 febbraio e 8 marzo 2010) – che lo show del figlio di don Vito poteva essere bloccato molto prima. Già: show.

Ciancimino jr? Un teste mediatico. Continua a leggere

Pubblicato in giornalismo, Memoria, trattativa Stato-mafia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Che faceva don Vito con i pizzini originali dei boss?

papelloOggi Massimo Ciancimino è tornato a testimoniare in un’aula di tribunale, a Palermo, durante un’udienza del processo per la cosiddetta trattativa tra Stato e mafia del 1992-1993 (dov’è anche imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, in conseguenza delle proprie dichiarazioni ai magistrati). Prima puntata di una testimonianza per la quale sono già state impegnate quattro udienze. Prodigo di dettagli, come al solito, Ciancimino non riesce proprio a non inserire qualche dettaglio destinato (finalizzato?) a  minarne la sempre più labile credibilità. Continua a leggere

Pubblicato in La confusione, Mafia e Antimafia, Memoria | Contrassegnato , , , | 1 commento