Il mistero del “non” e il verme superciuk

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«Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia».

Era il 1987 quando Stefano Benni scrisse “Il bar sotto il mare”, che conteneva il racconto “Il verme disicio”, un dispettoso “biblioanimale”, detto anche “verme barattatore”, che si divertiva a spostare parole all’interno di un testo: «Prende una parola e la trasporta al posto di un’altra,» spiegava lo scrittore, «e mette quest’ultima al posto della appena», chiariva l’autore, ma il verme disicio aveva appena colpito. Continua a leggere

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Spegnere #RadioRadicale, amputare la democrazia

Dice il sottosegretario Crimi che, da parte del governo, “non c’è nessuna volontà di prorogare la convenzione” con Radio Radicale. “Sull’archivio ci stiamo ragionando, ma quella è una questione del tutto diversa”, chiarisce.

E qui – sull’archivio – casca l’asino! Continua a leggere

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La notte in cui la stella cometa smarrì il cammino

DSCF4659_1«U tirrimotu!» esclamò sorpreso e impaurito il pescatore, mentre la banchina del porto di Riposto, che fino a pochi istanti prima era stata terraferma, ondeggiava come il mare e il mondo pareva girarci intorno, come fossimo ubriachi.

«U tirrimotu!»

Erano le sei meno dieci di sera del 24 dicembre e quella era stata la seconda scossa consistente della giornata (magnitudo 4.3), dopo quella dell’una (3.8). Entrambe le volte, solo spavento e smarrimento diffusi. Nessun danno, nemmeno nei comuni etnei più prossimi all’epicentro, circa quindici chilometri più a sudovest. Continua a leggere

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Perché #NoMuos

Muos Story #1. I niscemesi sono danni collaterali dello scontro tra civiltà

NoMuos_Carcere 083«Io sono contro il MUOS, ma so anche che c’è il terrorismo internazionale». Con queste parole, nell’estate del 2013, durante un dibattito a Caltagirone, il deputato catanese del PD Giovanni Burtone sintetizzava la posizione sua e del suo partito nell’epoca del cosiddetto scontro tra civiltà, quello esaltato l’indomani dell’11 settembre 2001 da una Oriana Fallaci in preda al «fervore guerresco» contro la «Crociata al contrario» dichiarata dal mondo musulmano a quello occidentale e mirata «all’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci». E ci esortava a respingerli, a impedirne «l’invasione» a prescindere dal fatto che «usino i cannoni o i gommoni». Continua a leggere

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La Sicilia, la mafia, l’omicidio Fava

Pippo Fava

«Io ho un insegnamento: al processo Tortora a Napoli c’erano tre catanesi, killer delle carceri, Andraus, Nino Faro e Marano. Andai a parlare con loro, dietro le sbarre. Loro erano accusati di associazione camorristica e mi dissero: “Ma quale camorra, ma quale mafia, noi catanesi siamo”. Cioè, da allora mi è rimasta questa etichetta qua, secondo cui Catania soffre di un’enorme, pericolosissima criminalità, ma che chiamarla Cosa nostra mi pare un po’ fuori posto». Queste parole di Tony Zermo, inviato del quotidiano La Sicilia, pronunciate al processo per l’omicidio di un altro giornalista, Giuseppe Fava, fondatore del mensile I Siciliani, condensano la linea del giornale diretto da Mario Ciancio, sull’esistenza della mafia a Catania. Una linea che il quotidiano applicava ancora prima dell’«insegnamento» impartito dai tre killer a Zermo, tanto che nell’ottobre dell’82, quando tutta la stampa nazionale riportò la notizia del mandato di cattura dei giudici palermitani nei confronti di Nitto Santapaola (poi assolto) per l’omicidio del generale dalla Chiesa, La Sicilia tacque il fatto ai propri lettori: li informò il giorno dopo, minimizzando lo spessore criminale del capo di Cosa nostra etnea. Continua a leggere

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